Intervista a Diego d'Incau
Da Erto con 2 mule fino a Roma dal Papa per la bio-economia

21/08/2018 - D'Incau, ideatore del progetto nonché fondatore della società agricola “La Luna Bona s.r.l.” a fine 2017 incontra anche lo scrittore Mauro Corona, che “sposa” e sostiene i progetti di bio agricoltura, e nell’aprile di quest’anno inaugura la “Via delle Mede”, che va da Asiago ad Erto. Infatti, nelle prossime settimane d’Incau promuoverà il suo progetto con una marcia che partirà dal Vajont per arrivare a Roma: un’iniziativa che, grazie anche alla presenza di Corona, si annuncia come un grande evento mediatico.

di Francesco Cassandro

Intestatario di una biografia segnata dalle leggi della montagna - dall’alternarsi del respiro lieve dei boschi all’affanno delle salite, dal brivido dell’imprevisto all’ebbrezza delle vette – Diego d’Incau , 52 anni, feltrino, noto alle cronache come Tita Dal Casel, stravagante, geniale e cocciuto profeta della bio economia, è pronto a calare il suo jolly: quello che vale una carriera.

Puina e Rosina, le due mule scelte per l’impresa, scalpitano oramai da settimane, tra il verde che circonda il ristorante Al Borgo di Belluno. Portano ferri nuovi, e dopo lunghi allenamenti sono pronte ad affrontare una maratona che le porterà dal Vajont a Roma, da Erto a Piazza San Pietro, da Mauro Corona a papa Francesco.

Che storia è mai questa, d’Incau?

Si tratta di una marcia che inizierò nelle prossime settimane. Partirà da Erto, sul Vajont, con la costruzione di una meda di fieno (un pagliaio, ndr), dedicata a Tina Merlin, la giornalista dell'Unità che anticipò e denunciò i rischi provocati dalla costruzione della diga.

Poi? 

Partirò a piedi, passando per Venezia e Bologna, con tappe giornaliere di circa 25 chilometri, fino a Roma.

Con due asine.

Sì, con due asine. Che si alimenteranno con il fieno che abbiamo sfalciato a mano sulle nostre montagne.

Perché la notizia sta in quel fieno.

Sì. Quel fieno racchiude dieci anni di battaglie condotte per far conoscere e sensibilizzare l’opinione pubblica, le istituzioni, i territori, che si può vivere di ambiente, di agricoltura sostenibile.

Come?

Con la bio economia. Con quella vera si possono ripristinare i territori, creare dei posti di lavoro - e non pochi - e vivere meglio. In fondo basterebbe che noi copiassimo l’Austria, la Svizzera, la Scandinavia…

Tornando alla marcia?

I particolari li stiamo definendo in questi giorni, ma su questo progetto sto raccogliendo un grande interesse da parte di testate televisive e radiofoniche nazionali.

C’è il rischio che ne esca una sorta di reality show?

Gli ingredienti ci sono tutti, a cominciare dal contributo che mi ha promesso mio amico Mauro Corona: un nome che da solo basta ed avanza.

Che c’entra Corona?

Ogni sera, alla fine della tappa, mi collegherò con lui, dando vita ad un dialogo che chiameremo “Pillole di saggezza contadina”.

Di cosa si tratta?

Spiegheremo cosa è corretto e cosa è sbagliato. Ad esempio, nel taglio dei boschi, nella preparazione dei terreni, nella semina dei raccolti…  Si vedono in giro delle opere talmente strane e sciocche che fanno male all’ambiente e a chi lo vive.

Perché fa tutto questo, Diego?

Perché la bio econonomia ce l’ho nel sangue, innanzitutto.

Poi?

Perchè la mia vita è stata da subito in salita.

In che senso?

Sono rimasto orfano della mamma a soli ventun mesi, e mio padre, Tita dal Casel, per mandare avanti la baracca fu costretto a trascorrere gran parte della sua vita all’estero.

Perché lo chiamavano Tita dal Casel?

Tita da Giovanni Battista, che era il suo nome: dal Casel perché aveva una latteria in una malga.

Lei, invece?

Io ho studiato agraria, e fino ai quarant’anni ho lavorato in Brianza, nel settore alimentare, in particolare nel comparto dei vini.

La virata?

Nel 2008, in coincidenza con la morte di mio padre e l’inizio della crisi economica. Tornato a casa, a Zorzoi di Sovramonte, mi sono riavvicinato al vecchio mondo contadino di mio padre, di mio nonno, degli antenati. E cominciai a riflettere, a pormi delle domande.

Tipo?

Cosa è successo ai nostri mondi? Perché c’è stato un così deplorevole abbandono? Perché oramai sono rari coloro che tengono ancora le mucche? Perché la gran parte dei prati e dei boschi sono stati “mangiati” dall’avanzare dei boschi? Perché?

La risposta?

L’ho trovata in un faticoso cammino che mi ha portato a definire un progetto che ho chiamato “La Luna Bona per tornare al futuro”, legando in un’unica visione il sociale, l’agricoltura, l’ambiente e il turismo.

Ha funzionato?

Con fatica e scarsi risultati, per una decina d’anni. Poi, nel 2015, su invito dell’Università di Pollenzo, ebbi l’occasione di presentare il mio progetto all’Expo di Milano, e l’accoglienza fu entusiastica. 

Andò meglio?

Sì, ma lo scenario repentinamente cambiò quest’inverno, quando incontrai Mauro Corona. Era un mercoledì, e parlammo per tre-quattro ore. Due giorni dopo, a “Carta Bianca”, nella trasmissione di Rai 3 condotta dalla Berlinguer, parlò di me, della mia esperienza, del mio progetto.

Cosa lo colpì?

Che in dieci anni nessuno mi avesse prestato attenzione.

Aveva chiesto qualche finanziamento?

Uno, modestissimo, ma il direttore di quella banca sentenziò che il mio progetto non era credibile. Non aveva capito nulla.

Corona, invece?

Oltre a crederci, mi sta aiutando. Mi porta ai suoi incontri, vuole che salga con lui sul palco. E’ una persona vera. Io lo chiamo il “Leonardo da Vinci” delle nostre montagne, perché lui realmente fa tutti i mestieri: scrive, scolpisce, si arrampica…

E con lui “la luna bona” è finalmente spuntata.

Si, ma il mio progetto è economico, non folcloristico.

Cosa significa?

Che sfalciare a mano il fieno dei prati delle zone montane più disagiate non è un lavoro socialmente utile, ma un lavoro vero, in grado di creare posti di lavoro, di garantire un reddito.

C’è spazio?

In Italia importiamo tre milioni e mezzo di tonnellate di pellet: il 95% di quello che consumiamo. Nonostante questo, i nostri boschi si stanno mangiando tutti i prati.

Non per scoraggiarla, d’Incau, ma il mondo sembra correre in tutt’altra direzione.

Per andare dove?

Il suo dove porta?

Ad avere un po’ di riguardo anche per la nostra madre terra, che difficilmente ci fa dei torti se non la maltrattiamo. Per tornare al futuro, non al passato. Tracciando strade nuove.

Allude alla “Via delle Mede”, che parte da Asiago, attraversa le vallate bellunesi e arriva ad Erto?

Anche. Quella è stata ideata per ricordare Mario Rigoni Stern, che spiegava la montagna come pochi sapevano fare, e poi per dare memoria alla tragedia del Vajont.

Solo memoria?

No. L’obiettivo è che diventi una sorta di tragitto, dove le famiglie possano vivere di turismo, e quanti attraversano queste vallate usino i prodotti del territorio, trovino un posto dove andare a dormire, acquistino i prodotti dell’artigianato locale.

Costoso.

No, Non servono investimenti folli. E le ricadute saranno da subito importanti, perché i prodotti agricoli ed artigianali non temeranno la concorrenza. Il fieno sfalciato a mano sui prati delle nostre montagne vale anche cento euro al quintale.

Acquirenti?

Catene di negozi per piccoli animali, ad esempio. Ma viene utilizzato anche per scopi terapeutici, per prodotti di bellezza. Abbiamo avuto richieste anche dagli Emirati Arabi, per i cavalli dei facoltosi petrolieri del Golfo.

Dovesse esprimere un desiderio?

Che questo mio progetto diventi veramente un’eccellenza per il Paese Italia, e che possa creare molti posti di lavoro.

Anche per i giovani?

Quando sento dire «Non trovi nessuno che fa certi lavori», ribatto che non è vero, non è così. Trovo grande disponibilità da parte dei giovani. Ognuno ha un nonno, e affrontando un problema avrà pensato: «Anche lui faceva così».

E’ un mondo lontano.

D’accordo, ma negli ultimi anni le cose sono cambiante, e questi cambiamenti vanno gestiti. Basterebbe poco per scoprire nuove strade.

Ad esempio?

Basterebbe che l'Italia tornasse a fare l'Italia, e riscoprisse ritmi e mestieri che precipitosamente ha abbandonato.

Fonte: "Il Giornale di Vicenza del 20 agosto 2018"
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