Alberto Fasulo: «Il “mio” Menocchio è un uomo libero, e non cerca il consenso»

27/12/2018 - L'intervista al regista del film che racconta la storia del mugnaio eretico di Montereale Valcellina.

Di Francesco Cassandro
Sono trascorsi cinque secoli, ma la dannata storia del compaesano Domenico Scandella, detto Menocchio, si tramanda ancora di padre in figlio a Montereale Valcellina: un grumo di case in bilico tra l’ultima zolla della pianura padana pordenonese, il torrente Cellina e i monti Fara e Spia. 

Processato dalla Chiesa con l’accusa di eresia, costretto all’abiura, liberato e poi nuovamente processato, finito nell’ultimo rogo acceso dell’Inquisizione, le traversie di quel mugnaio e contadino conservano il fascino senza tempo della sfida della libertà di pensiero sull’imposizione, della coerenza sul potere.

Alberto Fasulo, giovane regista di San Vito al Tagliamento ne racconta la storia in un film che ha rappresentato l’Italia al 71° Locarno Festival e vinto il Grand Prix du Jury Annecy Cinéma Italien ed è arrivato nelle sale cinematografiche lo scorso 8 novembre.

Fasulo, come ha scoperto l’incredibile storia del mugnaio Menocchio?

Io abito ad una ventina di chilometri da Montereale Valcellina, e la vita di quest’uomo è un qualcosa che mi porto dentro fin dagli anni della scuola. Ne ho sentito parlare a scuola, al teatro, nei dibattiti.

D’accordo, ma da questo a farne un film ne corre.

Credo che la decisione sia maturata nell’incontro con il Circolo Menocchio di Montereale, e poi approfondita in quattro anni di studio dei verbali originali del processo, in ricerche storiche e nel trovare le risorse necessarie a finanziare il progetto.

Cosa l’ha colpita di più del personaggio?

La sua levatura morale, il fatto che fosse un uomo qualunque, come potremmo essere noi, e la convinzione di essere nella ragione nel difendere la propria libertà di pensiero.

Un uomo Intellettualmente libero, insomma.

Una persona che ragionava con la propria testa, e che quindi non poteva che rispondere attraverso il proprio pensiero. Ricercato per eresia, non dà ascolto alle suppliche di amici e familiari, e affronta il processo.

Qual è la molla che lo spinge ad una sfida così impari?

La convinzione di essere uguale ai vescovi, agli inquisitori e persino al Papa; tanto che nel suo intimo spera e crede di poterli riconvertire a un ideale di povertà e amore.

La Chiesa risponde con il volto feroce dell’Inquisizione.

Alla Chiesa che processa Menocchio io tolgo ogni sacralità. Lo scontro è tra uomini, dove chi ha il potere ha la forza di schiacciare l’individuo.

È uno schema che applicherebbe alla Chiesa d’oggi?

Credo di sì. Lo stiamo vedendo sui giornali tutti i giorni: è un potere, che oggi chiamerei culturale, che pur rimanendo fedele a Gesù, a Dio, è in difficoltà ad ammodernarsi, e coltiva una visione politica della Chiesa.

Anche la Chiesa di papa Francesco?

No. E qui sta la grande attualità del film, perché stranamente quello che Menocchio sosteneva cinquecento anni fa ha delle assonanze con le encicliche, le parole e i gesti di papa Francesco.

Vuole dire che oggi papa Francesco e Menocchio…

Beh, sentire oggi che c’è un ordine interno alla Chiesa che in qualche modo mette in discussione l’autorità del Papa, mi fa sentire molto contemporaneo Menocchio. E se è così, se 500 anni dopo un Papa diverso ha delle assonanze con un eretico, beh, mi pare che il mugnaio di Montereale non sia stato dal lato del dissenso.

È una tesi forte.

Perché mai? Sento parlare di immigranti, di accoglienza, del porgere l’altra guancia, ma quanti nella Chiesa, e non solo, pur essendo cattolici, seguono le parole di Gesù? Sono tutti enunciati che sembrano aver perso totalmente il loro riferimento. Se no questo Papa non potrebbe essere messo in discussione.

Che altro insegna il suo Menocchio?

Menocchio non cerca il consenso. Ed è una cosa importante, perché oggi il valore di quello che diciamo e che facciamo viene dato da un consenso. Se noi abbiamo un consenso abbiamo fatto un bel film, una bella discussione, abbiamo fatto qualsiasi cosa, ci siamo comportati bene.

Al contrario?

Nel non avere un consenso viene messo in crisi la validità di quello che facciamo. Questo secondo me è una cosa molto pericolosa, perché sull’altare del consenso finisce la morale. Menocchio invece pensa con la sua testa e parla per quello che la sua testa lo porta a credere. Nel primo interrogatorio addirittura rivolge delle domande ai suoi giudici, cerca delle risposte chiare, non degli slogan.

Ogni riferimento all’attualità è puramente casuale…

Non lo so. Nel senso che non può non esserci un riferimento all’attualità, perché noi viviamo sull’attualità, e Menocchio è un film sull’attualità, che pone il problema di come noi ci rapportiamo alla storia.

Come ci rapportiamo?

Possiamo rapportarci come qualcosa di lontano, di morto, che non può coinvolgerci; oppure che è un riferimento da tenere sempre presente.

Propende per la prima ipotesi?

Purtroppo. Dimenticare il passato è uno dei motivi della deriva e della grande confusione che c’è oggi.

L’8 novembre il suo film debutta nelle sale cinematografiche. Le tematiche che solleva sembrano poco commerciali.

È vero.

Non teme che questo sia un problema?

È lo stesso discorso del consenso. Io credo che gli esercenti siano i responsabili della programmazione dei film che fanno vedere al pubblico. Abbiamo fatto delle proiezioni in pubblico misto durante la lavorazione del film, e non è vero che non è un film che ha il suo pubblico, o che il pubblico non può capire.

Allora, qual è il problema?

Che probabilmente non ha dei canali commerciali perché è un film scomodo. Ma di questo posso anche dire di esserne fiero.

In che senso?

Che sono fiero della coerenza del personaggio che racconto, nel modo in cui è stato realizzato, e anche nel modo in cui deve essere distribuito.

E come dovrebbe essere distribuito?

Io invoco la coscienza degli esercenti, non dei distributori. Non a caso è un film che distribuiamo noi, convinti che deve saltare un sistema che non funziona. Oppure è inutile, e continuiamo a lamentarci e basta.

Aspettative?

Menocchio non punta a fare dei risultati al botteghino; non è un’operazione commerciale ma culturale, e quindi non deve avere un risultato economico. Il suo risultato deve essere la discussione, l’incontro tra me e un pubblico, e tra il pubblico stesso. E anche tra l’esercente e il suo pubblico.

Che ruolo affida all’esercente?

Quello di spiegare perché ha scelto quel film. Altrimenti siamo tutti persone che schiacciano pulsanti. Allora, che differenza fa un cinema rispetto ad un altro? Una casa di produzione rispetto ad un’altra? O un regista o un cittadino rispetto ad un altro. È lo scegliere cosa fare, chi essere, come fare le cose, che fa la differenza.

Impegnativo.

Ma è questo il compito di un film: essere un mezzo per parlare, per discutere, per confrontarsi. Partendo dal film ci sono dei temi fondamentali che oggi vanno affrontati. Se no quando mai si affrontano?

Fasulo, lei come si è avvicinato al mestiere del regista?

Mio padre di passione aveva una telecamera – prima una Super 8 e poi Hd –, e da piccolo ogni tanto lo seguivo quando andava a riprendere dei matrimoni. Poi, al liceo, cominciai ad appassionarmi al cinema, e quindi desiderare di fare questo lavoro.

Come ci arrivò?

Non subito. Uscito dal liceo, in attesa del bando, che era triennale, per partecipare alla Scuola nazionale del cinema, mi sono iscritto a Filosofia all’Università Ca’ Foscari, dove praticamente ho fatto un solo esame, quello che più mi interessava.

Che era?

Storia del cinema, fotografia ed estetica.

Poi?

Poi ho conosciuto il regista, padovano Alessandro Rossetto, e da lì ho cominciato a collaborare come assistente in regia, in documentari e film di finzione.

Il suo primo lavoro

Nel 2008, con Il lungometraggio “Rumore Bianco”.

Cosa le dà questo lavoro?

La possibilità di fare delle ricerche approfondite su dei temi o delle storie che mi sembrano importanti, da indagare e poi anche da restituire.

In sintesi?

Mi dà la possibilità di scoprire il mondo. 

 

CHI E’

Alberto Fasulo, 42 anni, di San Vito al Tagliamento, dopo il corso di laurea in filosofia all'Università Ca' Foscari di Venezia, si trasferisce a Roma per iniziare la sua carriera nel cinema. Inizia come assistente alla regia, tra documentari e film di finzione, imparando il mestiere sul set.

Nel 2008 dirige e produce il suo primo lungometraggio, il documentario “Rumore Bianco”, selezionato in molti festival internazionali e distribuito al cinema in Italia. Nel 2013 vince il Festival del Film di Roma con il suo secondo documentario “Tir”, storia di un ex professore croato che per guadagnare di più decide di lavorare per una ditta italiana come camionista, lavoro alienante, ma sarà l'ostinazione, l'efficienza e la buona volontà del protagonista a rendere avvincente la pellicola, che parla del paradigma che ormai il lavoro non nobilita l'uomo ma lo avvilisce.

Ora va nelle sale cinematografiche con Menocchio, un vecchio e cocciuto mugnaio del 1500, autodidatta di Montereale Valcellina, in Friuli, processato dall’Inquisizione per aver messo in dubbio i dogmi della Chiesa.

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